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Ho visto Maicon tirare

di Franco Bomprezzi

Ho visto Maicon tirare. Ero in asse, dal parterre della tribuna arancio. Stava avanzando di gamba veloce sulla fascia, proprio dalla nostra parte. Ha alzato gli occhi, preso la mira e fiondato il pallone che ha percorso l’aria seguito dai nostri sguardi rapiti eppure certi che stavamo assistendo alla perfezione assoluta di una rete esemplare, da mandare a memoria, da rivedere fra vent’anni, da raccontare nelle conversazioni coi nipoti.

Ho visto Ivan Ramiro Cordoba, dopo essere stato sollevato e lanciato ripetutamente in alto dai suoi compagni, fermarsi un attimo prima di dirigersi verso gli spogliatoi, invertire la direzione e venire verso di noi, parterre e tribuna arancio, con la mano sul cuore e poi, applaudendo, verso i tifosi.

Ho visto scendere la madonnina dalla curva, risposta tenera e mobile alle nefandezze stupide della curva opposta. Ho visto il capitano attraversare il campo da parte a parte, e per un attimo ho sperato che segnasse anche lui un gol in questa magica serata di luna piena, apparsa improvvisamente sopra San Siro, per scherzare con noi, innamorati del nero, dell’azzurro e dell’oro.

Ho visto Julio Cesar avvicinarsi a Ibra, quasi a volerne misurare l’onestà e la memoria di un antico sodalizio fra professionisti, e mostrargli la lingua in segno ironico di superiorità. Ho sentito l’urlo di San Siro, il fremito di rabbia, di adrenalina, il vapore condensato dell’incredulità di fronte a ingiustizie esibite con la spavalda arroganza di chi è aduso all’errore da una parte sola. Ho sofferto, gioito, urlato, combattuto il magone nella certezza interiore che tutto, alla fine, sarebbe tornato al suo posto, perché quella partita, noi, l’avremmo vinta, come era giusto che accadesse, perché noi siamo l’Inter.

Ho visto l’Inter, signori. Questa roba qua. Unica, violentata e offesa, ma orgogliosa e feroce, capace di correre come si non vedeva da tempo, anzi no. Perché da qualche settimana, a tratti, avevo scorto nelle movenze, nei ritmi, negli scambi di prima, corti e veloci, nelle accelerazioni improvvise, nelle geometrie e negli schemi, negli sguardi e nelle gambe, quel qualcosa in più, lontani dall’apatia malinconica di un declino accettato supinamente, quasi con la rassegnazione dell’ineluttabilità di un destino che sempre si addice ai grandi sul viale del tramonto.

Ho visto abbracci e pugni alzati al cielo, saltelli di euforia e di riscatto, fazzoletti bianchi sventolati a imperituro ricordo di altre vergognose mattanze arbitrali. Ho visto un animale unico, spalti ed erba, maglie e sciarpe, bandiere e striscioni, vibrare e ruggire, accompagnare il trascorrere dei minuti in un crescendo da bolero di Ravel, danzato da un principe argentino, con l’eco del suo nome che rimbalza ancora da una curva all’altra e rotola fuori dello stadio, e raggiunge le case, dove altri stanno soffrendo, incollati alla televisione, con il cuore che batte all’impazzata per questa passione insana e giusta, che portiamo dentro come cilicio o talismano, segno distintivo della nostra sublime diversità.

Ho visto cose in una sera, che in un intero anno ho potuto solo sperare, sognare, intuire, desiderare. Ho visto la mia Inter, la nostra Inter. Con un giovane condottiero che compitava curioso le lettere arcaiche di un dialetto che cerca di imparare come fosse un gioco iniziatico: “Ti te dominet Milan”. Ho tutto qui dentro, nella testa e nel cuore. E per nessun motivo al mondo, adesso, vorrei rinunciare al futuro. Abbiamo dato una lezione a noi stessi, troppo presto gente di poca fede e di litania facile. E’ ora di smettere di piangere. C’è solo l’Inter. C’è. L’Inter c’è. Andiamo avanti. Stra-meritatamente.


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