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L'allenatore sul pallone

di Christian Liotta

Questa sera vale tutto. E chi dice il contrario… Beh, forse non ha tutti i torti. Perché sì, questa sera sul prato di San Siro ci sarà in palio una bella fetta di Scudetto, ma presumibilmente non tutta la torta. Perché siamo appena all’inizio del girone di ritorno, con entrambe le squadre che oltretutto hanno una partita da recuperare, e un campionato lo sappiamo che si può ribaltare in 90 minuti, figuriamoci in 18 turni da qui a maggio. Però la partita questa sera, alla fine di tutto, per Inter e Napoli rappresenta indubbiamente la classica occasione d’oro, per i motivi più disparati. Perché le partite del turno infrasettimanale hanno inaspettatamente aperto un solco nel quale l’Inter vorrà tuffarsi e il Napoli, invece, evitare non tanto di sprofondare quanto di trovarsi in una posizione decisamente scomoda.

Difficile aspettarsi che l’Inter si sarebbe presentata alla grande sfida con i campioni d’Italia con più di una partita di vantaggio, il che significherebbe che anche nel più malaugurato dei casi, comunque i nerazzurri rimarrebbero davanti ai loro avversari e dovrebbero eventualmente fare i conti con l’aggancio in vetta da parte del Milan in un ennesimo giro di ruota di una classifica che di giramenti di testa, in tutti i sensi, ne sta regalando parecchi. Ma riuscire a vincere, riuscire a spezzare quella serie maledetta contro le formazioni di primissimo livello che attanaglia l’Inter da diverso tempo, vorrebbe dire moltissimo per la squadra di Cristian Chivu, in primo luogo perché una vittoria permetterebbe di mettere sette punti di margine tra sé e i partenopei. Un gap ancora non decisivo, ma comunque rilevante per poter dare una prima spallata alla corsa al vertice, sempre al netto del risultato del Milan contro la Fiorentina.

Chi cerca conforto nella cabala e nelle statistiche non sarà allietato nella sua volontà di sollievo. Perché se è vero che il Napoli, da quando è arrivato alla guida tecnica Antonio Conte, non è mai riuscito a vincere la partita precedente quella contro i nerazzurri, è altrettanto vero che al turno successivo in qualche modo è riuscito a mettere una toppa, fermando due volte l’Inter sull’1-1 la scorsa stagione e vincendo per 3-1 la sfida del girone di andata, quello contraddistinto anche delle feroci polemiche per l’arbitraggio di Maurizio Mariani, indotto esplicitamente dall’assistente Daniele Bindoni a concedere il penalty del momentaneo 1-0 dei padroni di casa, episodio che ha aperto un nuovo capitolo di giurisprudenza arbitrale e fatto saltare la mosca al naso a Gianluca Rocchi e soprattutto a Beppe Marotta che nel dopopartita esplose a microfoni aperti, scelta peraltro criticata dallo stesso Conte che in quell’occasione disse che mai avrebbe mandato un dirigente a parlare di cose di campo al posto suo salvo poi sentire qualche giorno fa il direttore sportivo Giovanni Manna parlare di momento poco positivo per i direttori di gara, penalizzati dal VAR. Come si cambia…

Da quella sconfitta l’Inter è stata capace di rialzarsi infilando una serie di nove vittorie in dieci gare interrotta solo dal ko nel derby col Milan, con quel tiro sbucciato di Alexis Saelemakers che una deviazione poco felice di Yann Sommer ha reso un assist inaspettato per Christian Pulisic; sintesi forse sommaria della cena delle beffe che in qualche modo è stato il girone di andata della formazione nerazzurra, dove però Lautaro Martinez e compagni sono sempre stati bravi a rialzarsi dopo gli inciampi imponendo sempre il loro gioco e anzi peccando, se mai un peccato è stato fatto, di fin troppa ‘bontà’ sportiva, come testimonia il rapporto tra occasioni create e gol fatti, una variabile che bisogna gestire con cura in futuro. Ma per il momento, i dividendi ottenuti in questa stagione sono stati più alti delle perdite, anche se bisognerà capire quale sarà la cedola finale che otterranno i nerazzurri.

Poco più di due mesi sono passati da quella turbolenta gara d’andata al Maradona, qualcosa forse è cambiato specie nell’ambito dei giocatori a disposizione con Conte che lamenta assenze eccellenti come quelle di André Anguissa e David Neres, ma che sicuramente verrà a San Siro col coltello tra i denti e la volontà di invertire anche lui un trend negativo, quello delle partite in trasferta che sin qui hanno arriso poco ai partenopei. Di certo, nel tecnico salentino ci sarà la volontà, per così dire, di ripristinare un minimo di ‘gerarchia’ nei confronti di colui che domani sarà il suo dirimpettaio in panchina, quel Cristian Chivu che arrivato in punta di piedi ha saputo imporsi nell’immaginario collettivo non solo per le prestazioni della sua squadra ma anche per il suo modo di interagire con la platea ed esprimere i suoi concetti di calcio e non solo.

Anche ieri, nel corso della conferenza stampa, il tecnico di Resita ha fornito un nuovo sfoggio di superlativa dialettica calcistica e anche oltre. Tra un elogio alla squadra per i motivi citati sopra, un applauso convinto a Luis Henrique che ha saputo rispondere bene ai suoi stimoli e reagire alle critiche che, volenti o nolenti, i calciatori riescono comunque a percepire nell’aria, e dopo aver rimarcato il concetto di dover essere più forti delle eventuali ingiustizie arbitrali, Chivu ha schivato il tema della sfida nella sfida con Conte; ribadendo la sua grande stima nei confronti dell’ex allenatore nerazzurro, tecnico dal quale a suo dire i giovani hanno molto da imparare. Poi, esprimendo il suo pensiero sulla sopravvalutazione della figura dell’allenatore nel calcio moderno, dove a suo dire ha assunto un’importanza forse sproporzionata in merito a quello che dovrebbe essere il suo ruolo effettivo nel gioco del calcio. L’allenatore, nella definizione di Chivu, è sì un leader, uno di quelli che incidono in questo sport, ma il suo ruolo deve essere secondario rispetto a quello di calciatori e tifosi, che sono i principali vettori dello spettacolo calcistico.  

Definizione che a sentirla ad un primo impatto può anche apparire singolare, ma che ad azzardare un tentativo di approfondimento ha comunque una sua logica. Specie considerando quello che è spesso e volentieri il destino degli allenatori, soprattutto in paesi come l’Italia. L’allenatore è spesso e volentieri un uomo solo o quasi, che quando le cose vanno bene deve se gli va bene dividere i meriti con i giocatori che vanno in campo ma quando la situazione va male allora diventa lui il principale capro espiatorio, quello da esonerare, quello che non sa dare un gioco alla squadra o che la squadra non lo capisce e magari si ribella. Un carico di responsabilità forse eccessivo se rapportato a quello che, nella visione di Chivu, è il suo effettivo ruolo, una pedina nella scacchiera che non fa parte direttamente dello spettacolo ma diventa facilmente il villain quando la situazione va come non dovrebbe.

Ci è passato anche Chivu, in questi pochi mesi all’Inter, specie quando sono arrivate due sconfitte consecutive ad inizio campionato e puntuale è partito il fuoco di fila di critiche, accuse e corollario. Bravo lui a reagire sempre col lavoro, esattamente quello che lui stesso riconosce e apprezza dei suoi uomini. Anche Chivu ha pianto e si è rialzato dopo ogni sconfitta insieme ai suoi uomini, segnale del fatto che comunque si è creata nel gruppo una forte empatia, cosa non scontata viste le prerogative.

Questa sera, c’è un impegno atteso da tutti i tifosi con particolare ansia. Al di là degli auspici sul risultato, l’augurio è che lo spettacolo sia vero e che ne siano protagonisti soprattutto i calciatori e che le interferenze siano il minor numero possibile. Nel bene dello spettacolo del calcio che tanto caro è a Chivu.


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