La pentolaccia
Cade a 32 chilometri dal traguardo, non esattamente il momento migliore per poter finire a mangiare la terra. Accusa il colpo, si rialza con dei buchi grossi così sul pantaloncino, ma inforca di nuovo la bicicletta e parte a spron battuto per ricongiungersi al gruppo. Quando è il momento di accendere la corsa ci pensa lui, ma rispetto al solito c’è qualcosa che stona: non riesce ad aprire la consueta voragine tra sé e il resto del plotone alla quale ha abituato da tempo tutti gli appassionati, anzi in due riescono a stargli dietro almeno per qualche chilometro. Uno perde contatto sul Poggio ma l’altro rimane lì, incollato alla sua ruota; per provare a sbarazzarsene prova i numeri sulla discesa che poi porta dritti a Sanremo, ma a fargli ‘compagnia’ c’è comunque un campione olimpico di mountain bike e mondiale di ciclocross, uno che quindi di discese da affrontare a suon di acrobazie ne sa a mazzi. E allora, non resta che la volata da fare. E lui la fa. Lunga. Potente. E la vince. Di mezza ruota.
Al sontuoso palmares di Tadej Pogacar, la stella polare del ciclismo internazionale, mancava solo la Milano-Sanremo, quella corsa monumento che, come ebbe modo di dire in un’intervista di due anni fa, ‘lo manderà al cimitero’. Probabilmente, dopo ieri pomeriggio non la penserà più così: perché l’asso sloveno ha colmato quella mancanza in bacheca e quindi non ci sono più sterili motivi che gli impediscano di entrare nel firmamento degli immortali dello sport delle bici. E per portare a casa la classicissima di primavera, Pogacar ha dovuto riscrivere il copione: niente fughe chilometriche in solitaria con lui a fare corsa a sé e il resto del gruppo a chiedersi quanti minuti di distacco andranno a prendere, ma un indomito testa a testa con il coriaceo britannico Thomas Pidcock, bruciato solo sulla fettuccia del traguardo. Lui dopo la corsa minimizza, dice semplicemente: “Non è un giorno stupendo perché per un po' dovrò leccarmi le ferite della caduta, ma sono felicissimo di aver finalmente vinto qui”, ma probabilmente, tra sé e sé, penserà di essere riuscito a fare un altro capolavoro, forse il più bello perché alla fine arrivato come nessuno pensava potesse succedere. Dopo quello che gli è capitato poco prima, poi.
Perché tutta questa introduzione apparentemente fuori contesto? Per invitarvi a fare un gioco, un gioco di combinazioni; e pensare ad un piccolo parallelismo tra la corsa fatta ieri da Pogacar e quella che sta facendo in questo momento l’Inter in campionato. Di più, pensare alla stagione che avrebbe potuto essere quella dell’Inter e paragonarla al momento attuale. Perché l’Inter ha avuto per le mani l’opportunità di salutare definitivamente la compagnia nella sera del derby contro il Milan, prendendo un margine che a quel punto sarebbe stato troppo pesante per pensare ad un clamoroso ribaltone. Invece, è arrivata l’inaspettata caduta, alla quale è seguito il mezzo passo falso contro l’Atalanta con tutto il contorno che ormai ben sappiamo. L’Inter rimane sì capolista ma ora sta pagando il fiato corto, mentre alle sue spalle gli inseguitori non intendono mollare l’osso; inseguitori coniugato al plurale, perché quatto quatto il Napoli sta ricucendo lo strappo e comincia a ripensare nemmeno troppo sommessamente a quel traguardo per il quale a inizio stagione partiva come candidato principale e che tra un infortunio e l’altro sembrava essere diventato una chimera. E nel mentre c’è sempre il Milan che resta sempre in scia, in un duello che nel match di Pasquetta, alla ripresa del campionato, assumerà tantissimi significati.
La sfida del Maradona potrebbe infatti designare la potenziale rivale dell’Inter per il finale di campionato, il Pidcock che si incolla alla ruota di Pogacar pronto a sorprenderlo alla prima distrazione. Ovviamente, però, la composizione di questo scenario dipende tutta dall’Inter e dalla propria capacità di mantenere il passo gigantesco mantenuto fino a solo un mese fa. Una mossa necessaria per evitare di dover arrivare a doversi giocare il titolo allo sprint, con conseguenti spettri che rischierebbero di annidarsi sulle teste dei giocatori visto che storicamente l’Inter di rado ha dimostrato di avere lo scatto dello sprinter come quello del fenomeno di Klanec. Il tutto mentre, se da un lato le imprese di Pogacar vengono comunque sempre magnificate come meritano, su questo fronte tifosi e parecchi addetti ai lavori auspicano invece l’avvento di questo Pidcock sull’erba che permetta al campionato di restare vivo e attivo fino a maggio accogliendo quasi con malcelato fastidio l’ipotesi di una fuga definitiva dei nerazzurri.
Situazione ben nota, quasi atavica, che assume un termine ben preciso, usato con un ritrovato élan vital da Antonio Conte dopo la vittoria del suo Napoli a Cagliari: pressione. L’Inter è in vetta e tutte sono lì pronte a mettere pressione alla capolista, cercando di provarne la tenuta nervosa prima ancora che atletica. Una situazione di fronte alla quale nemmeno il tecnico nerazzurro Cristian Chivu rifugge, affermando apertamente alla vigilia della trasferta di Firenze, alla quale lui dovrà fare da spettatore non pagante causa squalifica, che tutto il mondo del calcio è pressione. E a maggior ragione, in questo momento cruciale della stagione, il tecnico rumeno richiama tutta la squadra ad assumersi le proprie responsabilità e di mostrare sempre il loro volto migliore. Anche perché mai come adesso bisogna restare uniti contro tutti, come recitava lo striscione esposto ieri dai numerosi sostenitori nerazzurri che hanno salutato il gruppo nerazzurro prima della partenza per il capoluogo toscano, monumentale dimostrazione di vicinanza per sopperire all’ultima trasferta proibita prima della scadenza del divieto.
Firenze è storicamente trasferta spinosa, foriera di grandi vittorie ma anche di sorprese, colpi di scena, gol a grappoli, abissi arbitrali (termine usato non a caso) e situazioni da cinema. E anche questa sera si preannuncia una bella gatta da pelare, visto che la formazione di Paolo Vanoli viene da un buon momento di forma ma è ancora pienamente risucchiata nel vortice della lotta salvezza. Ma mai come questa sera occorre vincere, anche per trascorrere una pausa serena e lasciare ogni incombenza alla Nazionale attesa dal bivio più importante e vitale della sua storia recente, con quel playoff che vale l’accesso alla Coppa del Mondo 2026 che significa vincere o sprofondare nell’ignominia della terza assenza consecutiva dai Mondiali, una sorta di punto di non ritorno e la discesa verso gli inferi e l’oblio proprio in un momento dove l’Italia raccoglie successi a grappoli in tanti altri sport, anche quelli al di sopra di ogni sospetto (basti pensare anche alla simpatia generata dalla Nazionale dei ‘paisà’ del baseball).
Una vittoria, quindi, è ciò che si augura anche e soprattutto Cristian Chivu per superare l’impasse e regalarsi un momento di serenità. Lui che a Emiliano Viviano ha ammesso candidamente di trovarsi ‘dentro un frullatore’, assaporando il destino di chi finisce con l’accomodarsi su quella panchina imbottita di spine. Come se non bastasse la pentola a pressione nella quale si vorrebbe far cuocere l’Inter a fuoco lento. Manca solo Giorgio Mastrota testimonial.