Perché la qualità ci ha rotto il ca...
All’inferno. E presumibilmente, senza ritorno. Dopo l’illusione di Bergamo e il successo contro la tanto coraggiosa quanto modesta tecnicamente Irlanda del Nord, è arrivato un tragico bagno nel sangue di una realtà drammatica e usare questo aggettivo va anche al di fuori della semplice retorica. E il catino del Bilino Polje di Zenica in questo dramma ha sicuramente un ruolo marginale: al di là dell’effetto scenico che ricordava quello di certi stadi del passato, il tifo dei bosniaci è stato sì presente, scenografico e potente ma mai sopra le righe, insomma senza alcun effetto da bolgia dantesca come si voleva presumere. Casomai, nelle cerchie più profonde dell’inferno si è cacciata da sola la Nazionale italiana, che getta alle ortiche un vantaggio anche fortunoso, si fa sopraffare da Edin Dzeko e compagni, arriva a fatica ai calci di rigore dove completa il patatrac e subisce la sentenza mortale: fuori dai Mondiali, per la terza volta consecutiva.
Russia 2028, Qatar 2022, Stati Uniti, Messico e Canada 2026: tre edizioni della Coppa del Mondo di fila senza la Nazionale azzurra, vincitrice di quattro edizioni della competizione, ai nastri di partenza. Un lasso di tempo infinito, una situazione che fino al 2014 era solo una sporadica eccezione visto che, togliendo il 1930, solo nel 1958 l’Italia mancò l’accesso alle fasi finali e che invece ora sta diventando una triste normalità. Di più: vista la situazione attuale, il fortissimo rischio è che a questa situazione ormai il pubblico italiano debba farci il callo, aspettando di vedere debuttare nazioni come Giordania, Uzbekistan, Curaçao, Capo Verde, e andando a ritroso anche Islanda, Qatar e Panama, prima di poter tornare a vivere quelle che un tempo erano notti magiche e che invece ormai sono diventate ‘notti tragiche’.
Come tragiche sono state le ore immediatamente successive all’uscita di scena tra le lacrime degli Azzurri, ovviamente contraddistinte dalla caccia al colpevole, dalla competizione tra chi urla più forte per dargli all’untore di turno, dall’indignazione per aver tolto un altro sogno ai bambini e via così, facciamoci del male. Tutti a cimentarsi in questo passatempo come se fosse una cosa inedita, quando in realtà l’allarme risuona da tantissimi anni e nessuno lo ha mai colto fino in fondo. Anzi, chi ha provato a suggerire un piano ben strutturato per riformare sul serio il nostro calcio partendo dalle fondamenta, senza proclami ma con un metodo dettagliato, è stato accompagnato all’uscita con una pacca alla spalla e mai più riconsiderato. Perché forse, in questo Paese, un altro calcio non solo non è possibile, ma sotto certi aspetti non è nemmeno augurabile, parafrasando quella geniale e ancora attualissima rappresentazione dei vizi e dei difetti più nascosti di questo Paese che fu la serie ‘Boris’.
E allora, meglio pensare che dare una semplice tinteggiata alle pareti possa servire a nascondere le crepe: meglio chiedere a gran voce le dimissioni, che peraltro sarebbero dovute giungere già tempo addietro, di Gabriele Gravina che prima di lasciare la poltrona di Via Allegri ha ben pensato di proferire l’ultimo sventurato colpo di coda quasi sbeffeggiando i grandissimi risultati ottenuti dai nostri rappresentanti degli altri sport riducendo la differenza di rendimento alla triste dicotomia professionisti vs. dilettanti, scatenando come giusto che fosse l’ironia, quando non la rabbia dei diretti interessati. Il re è morto, viva il re, come se questo bastasse a garantire che dal 22 giugno, giorno stabilito per le elezioni del nuovo presidente, cambierà tutto, tutto sarà più bello, sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno; salvo poi leggere che il primo potenziale candidato alla successione è stato già presidente dal 2007 al 2014 …
E soprattutto, meglio individuare i colpevoli anche in campo, quelli da gettare in pasto alla folla affamata di giocatori da sbranare per aver disonorato la maglia, per aver deluso nel momento in cui serviva come il pane il loro contributo come sono soliti dare nel loro club. E allora, quale bersaglio più facile da trovare del blocco dei giocatori dell’Inter. Il caso di Alessandro Bastoni è ormai diventato paradigmatico di quella che è la condizione del tifo italico: tifo al quale ormai interessa essere più ‘contro’ che ‘pro’, al quale non piace analizzare ma inveire contro questo o quello, soprattutto contro chi non difende i colori della squadra per cui si dice di tifare, che guarda le partite forse più per gufare che per concreta attrazione nei confronti del calcio, come ha avuto anche modo di appurare a suo tempo il collega Alessandro Cavasinni. Il tutto foraggiato da un sistema mediatico più o meno tradizionale che, perso ormai il controllo dell’informazione, preferisce far passare per opinione il voler alimentare gli istinti primordiali dei lettori irriducibili o raccolti apposta per la causa, allo scopo di ottenere due visual che portano sempre qualche centesimo in più, che di questi tempi di crisi globale male ovviamente non fa.
Bastoni è stato in tal senso quasi manna dal cielo: da quell’episodio della caduta accentuata e della sciocca esultanza che ha causato l’espulsione di un avversario, contro una certa squadra e una certa tifoseria, in una certa partita che muove certi interessi anche oltre il mero aspetto sportivo, fino all’episodio dell’espulsione di Zenica dove al malcapitato difensore nerazzurro è toccato immolarsi per provare a rimediare ad un errore collettivo della difesa, è stato un profluvio di accuse, insulti, minacce (sì, anche quelle), spintesi fino ai giorni d’oggi e al consiglio nemmeno troppo disinteressato di lasciare l’Inter e l’Italia. Dicono per la sua serenità, forse più per dare soddisfazione a quelli che danno buoni consigli che potranno chiudere boriosamente trionfanti questa battaglia assurda in attesa che qualcuno lanci loro l’ennesimo osso. Ma è colpevole in sé anche l’ambasciata interista, quella sulla quale è stato basato questo ciclo azzurro, colpevole di non saper reggere la tensione nel club come in Nazionale quindi indegno di essere la spina dorsale di un gruppo squadra, quando invece altri blocchi hanno dato secondo qualcuno ben altri risultati e ci sarebbe sinceramente da capire quali, a meno che, considerati i chiari di luna attuali, non si voglia far passare per risultati eccezionali l’eliminazione ai gironi nel 2010 e nel 2014 (guarda caso, l’ultima gioia del 2021 fu frutto di un gruppo alquanto eterogeneo). E dimenticando che dietro l’Inter non c’è propriamente una miniera d’oro da altre parti (e nella squadra che forse gioca meglio in Serie A di italiani in campo nemmeno l'ombra, chissà perché...).
Oggi come non mai calcio specchio dei vizi di un Paese che è sempre bravo a indignarsi e costernarsi ma quando ha l’occasione di cambiare davvero ormai la rifiuta quasi sdegnato, e che aspetta il carro del vincitore sul quale salire e poi scendere quando le cose cominciano a non piacergli più. Nato da buone intenzioni ma costruito su pessime fondamenta, a questo Paese non resta che azzuffarsi per niente come le galline di Franco Battiato di fronte a quello che resta del campionato ricominciato ieri e che stasera vedrà l’Inter impegnata contro la Roma in cerca di tre punti pesanti aspettando Napoli-Milan di domani.
Ma giunti a questo punto, forse conviene poco soffermarsi su quelli che sono gli aspetti di campo; ci vedremo questa volata finale e vedremo uno Scudetto che sarà festeggiato comunque da chi lo vincerà e minimizzato, contestato, sbeffeggiato da chi lo avrà perso. Agli interisti forse non resta che raccogliere l’appello di Gianfelice Facchetti uno che ha centrato davvero il punto in poche parole, tappandosi le orecchie e pedalando. Consci del resto che questo è il Paese dove la qualità… stanca.
I miei più grandi auguri di una serena Pasqua a tutti voi.