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A Firenze è un'odissea: l'Inter si riscopre Penelope, fa e disfa continuamente un sudario sempre meno comodo

di Egle Patanè

Se fossimo in Grecia e l'Inter fosse una donna, probabilmente, si chiamerebbe Penelope. Una donna, moglie di Ulisse, che durante i lunghi anni di peregrinare dell'amato, è costretta a scegliere un nuovo sposo tra i pretendenti, una volta terminato il sudario per Laerte, padre di Ulisse. Per prendere tempo così da evitare il sodalizio, tesseva una grande tela durante il giorno che disfaceva segretamente di notte. Un'abitudine che durò tre anni, finché non fu tradita da una ancella quindi scoperta. Esattamente come Penelope, l'Inter ha innescato una specie di masochista routine che la vede cucire e scucire continuamente le certezze del suo stesso percorso di crescita. Un loop infinito finito stavolta col mettere a tacere ogni altro tipo discorso in ballo. E se lo scorso sabato, dopo Inter-Atalanta, risultava difficile "parlare di calcio" viste le contingenze del caso, oggi risulta difficile parlare d'altro che non sia puramente calcistico, al netto di varie ed eventuali che avrebbero cambiato l'inerzia della partita se... Ma qui oggi il focus è un altro e non è affatto piacevole. 

Dopo un ottimo approccio e un vantaggio sbloccato praticamente nell'immediato l'Inter, arriva a Firenze ancora una volta senza capitan Lautaro e stavolta anche senza Alessandro Bastoni, rimasto bloccato dopo il problema rimediato al derby. Per fortuna per Chivu, relegato in tribuna per via della squalifica, i nerazzurri ritrovano Hakan Calhanoglu, tornato dal 1' in cabina di regia, tra le due mezzali Barella e Zielinski in una linea di centrocampo completata poi da Dumfries a destra e Dimarco a sinistra. Il forfait c'è davanti, dove manca ancora Lautaro Martinez e anche dietro, dove Alessandro Bastoni lascia il posto a Carlos Augusto, schierato a completamento di una linea a tre composta dall'azzurro, Akanji centrale e Bisseck a destra a protezione di Sommer. Mentre in attacco, al fianco di Pio Esposito, c'è Marcus Thuram, tra i giocatori più sotto la lenta d'ingrandimento di tifosi e non solo. Il Tikus è ancora sotto un esame che anche al Franchi canna sprecando la golosa occasione di innescare una reazione di ripresa dopo la deludentissima annata e anche questa volta finisce con l'uscire dal campo, senza aver ritrovato rete né sorriso. 

Se per l'Inter è un match che si trasforma in secondo risultato buio consecutivo, ad aver spento la luce da un bel po' è proprio Marcus Thuram: il Tikus stavolta non trova più alibi né giustificazioni che possano tenere, finisce spesso a terra per contrasti che l'arbitro valuta quasi sempre corretti e non punibili, non sempre a ragione vedere. È molle e non riesce mai ad essere efficace, ancora una volta i gol divorati dall'Inter sono tanti e come il Tikus a sbagliare sono anche Pio e Bonny che nei poco più di venti minuti in campo l'errore più grande lo compie circa all'82esimo quando gestisce malissimo un pallone che quasi diventa il gol-vittoria dei padroni di casa in contropiede con Harrison entrato in area dove ha potuto provare un tiro a giro che per fortuna per l'Inter è finito fuori. Ma il danno, ad ogni modo, si era già consumato quando nel primo tempo l'eccessiva leggerezza aveva regalato un numero di occasioni sprecate che avevano già prefigurato un disegnino di pentimento che da lì a poco i nerazzurri avrebbero dovuto 'colorare' con amarezza. Presagio che il gol di  Ndour al 77esimo esaspera esponenzialmente mettendo la ciliegina su una torta che l'Inter aveva già reso poco ghiotta con un secondo tempo che non l'ha praticamente mai vista scendere in campo. Dopo il gol del vantaggio di Pio Esposito, arrivato al primissimo minuto di gioco, i nerazzurri cominciano a subire gioco e anima della squadra di Vanoli. I padroni di casa mettono l'Inter prima in una posizione di allerta, evidentemente non egualmente percepita da tutti, e alle corde dopo, facendo il gol dell'1-1 che toglie ancora, seppur di poco, velocità ad una cosa che ora è ferma a +6 dal Milan, al contrario uscito da San Siro sulle ali dell'entusiasmo, e a +7 dal Napoli, tornato vivo e carico come mai in stagione. Un risultato che fa incazzare parecchio, al netto delle giustificazioni di Kolarov ai microfoni.

La sterilità del risultato è anche ricercabile nell'atteggiamento di una squadra che stavolta, senza Chivu che urlava dall'area tecnica, è tornata a dispensare qualità fine a se stessa e quasi snervante da vedere come nel caso dell'errore madornale di Nicolò Barella che anziché spazzare un pallone velenoso, lo tiene tra i piedi perdendolo a favore di Fagioli che allarga e trova Gudmundsson: l'islandese, dopo la miriade di occasioni cestinate dai compagni, stavolta non sbaglia e punisce un avventato Sommer che avrebbe potuto fare decisamente meglio, come meglio avrebbe potuto e dovuto fare Barella, migliore in campo fino all'errore della palla persa di cui si approfitta l'ex Juve. Ma tant'è e ancora una volta, dopo un vantaggio iniziale, l'Inter si lascia riacciuffare per colpa di maldestri errori e mancanza di fame e concretezza che iniziano a pesare non poco, specie a questo punto della stagione. Permettendo agli avversari di rallentarla in una corsa che oggi sembra diventare più tormentata di quella di Ulisse, o ancor peggio di Penelope. Ed esattamente come Penelope, fa e disfa continuamente un sudario che di sto passo inizia a diventare comodo più per le avversarie che per se stessa.


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