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Barella, da mito a capro espiatorio. Lui resta fedele a sé stesso, s'improvvisa cuoco e non punta alle 'pin'

di Egle Patanè

"Let him cook", diceva qualcuno a proposito di Simone Inzaghi nell'anno dello scudetto quando la forza 'demoniaca' dell'allenatore piacentino aveva travolto d'entusiasmo i social, fonte quotidiana di innumerevoli meme. Lasciate che il Demone cucini e alla fine della lunga stagione nella masterclass italiana, il piatto finale fu degno di un ristorante bi-stellato. Due stelle sul petto più belle di quelle Michelin che adesso sono storia. Come ogni pagina di storia, va aggiornata con altri capitoli ancora tutti da scrivere. E tutta da scrivere è anche la stagione in corso, viziata dalla brutta eliminazione in Champions per mano del Bodo/Glimt ai playoff, da un dato che non convince circa gli scontri diretti e, ciliegina sulla torta, dei derby che l'Inter non riesce a vincere più. Le critiche non sono mancate e qualcuna anche meritatamente: gli aspetti da attenzionare per Cristian Chivu sono più di uno e tra i grattacapi da risolvere ci sono anche il recupero del top della forma di alcuni giocatori, tra cui Nicolò Barella. 

Il centrocampista sardo è entrato nel mirino delle critiche e finito con l'essere riposto da alcuni sul banco degli imputati. Ma non per l'allenatore nerazzurro che sull'ex Cagliari non può che riporre tutta la sua fiducia. Al netto di uno smalto oggettivamente meno intenso rispetto al suo normale livello, Barella resta uno dei giocatori con i numeri più alti del panorama europeo: 85,38% di precisione nei passaggi nei 596' minuti giocati in Champions quest'anno in una delle stagioni più imprecise del classe '97 che tante volte in passato ha dato modo di capire quanto spesso il suo rendimento fosse strettamente legato anche a questioni extracampo delicate, mai spettacolarizzate quindi silenziose. 

L'antispettacolarizzazione mediatica di cui è fiero portavoce Nicolò Barella è da sempre per lui croce e delizia che negli anni gli ha fruttato feroci critiche o sinceri applausi. Come sempre però l'equilibrio dei giudizi danza sul filo del rasoio e reggersi in piedi non è sempre facile, specie se a spirare ci sono folate di vento gelido e violento che rischiano di distorcere la percezione del fenomeno stesso ed è così che una stagione sottotono fa presto a trascinare le opinioni in un calderone di condizionamenti che ne veicolano la dissertazione: Barella è oggi il capro espiatorio che lo scorso anno era Lautaro e che il prossimo sarà qualcun altro nella narrazione tipica della ricerca del fattore scatenante di un fenomeno che difficilmente la ratio è disposta ad accettare. E la letteratura lo insegna, quando la risposta è difficile da dedurre, tanto vale inventare, epicizzare o mitizzare. 

Dopo il ko al derby in casa Inter però c'è poco da mitizzare, senza dubbio tanto da analizzare e altrettanto sul quale lavorare, intanto però Nicolò Barella rimane fedele a se stesso e si concede un po' di sorrisi e tranquillità in famiglia lontano dai riflettori, se non quelli della moglie che si gode "il suo chef preferito" insieme al figlioletto Romeo in versione 'sous chef'. Un po' come Matteo Canzi insegna, non importa quante 'pin' punti sul grembiule durante il percorso... E allora Nicolò, come Matteo, lasciatelo cucinare.


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Mercoledì 11 marzo