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Chivu: "Ecco cosa dissi ai giocatori il primo giorno. Bastoni? Non si poteva..."

di Antonio Di Chiara

E' stata una giornata di interviste quella di ieri per Cristian Chivu. Oltre a quelle uscite per Dazn e La Gazzetta dello Sport, il tecnico ne ha realizzata un'altra contro il Corriere della Sera, inizialmente incentrata sull'infanzia e gli esordi, poi sull'avventura in nerazzurro.

Infanzia ed esordi.

«Ero un bam­bino felice. Avevo poche cose, quelle con­sen­tite dal regime comu­ni­sta in Roma­nia. Ma sono cre­sciuto con l’edu­ca­zione rice­vuta da parte dei miei, appas­sio­nato di essere un bam­bino, con la voglia di non per­dere quella feli­cità. Ave­vamo poco, ma ce lo gode­vamo tutto. La morte di mio padre? Avevo sedici anni e mezzo. È stato l’unico obiet­tivo della mia vita: dimo­strar­gli di saper fare cose belle e giu­ste, da ragazzo maturo. Pur­troppo non ha potuto vedermi cre­scere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salu­tarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una par­tita. Il regalo per mia madre una volta ricco? Una casa. Ho fatto tanti regali a mia mamma, ma non sono suf­fi­cienti a risar­cirla degli sforzi che lei ha fatto, rima­sta da sola, per tirare su me e mia sorella. Mi ha ripa­gato il suo orgo­glio per la mia car­riera, per aver stu­diato e aver man­te­nuto la pro­messa fatta a mio padre. Oggi in Europa si tro­vano dif­fi­cil­mente situa­zioni come quelle del pas­sato. È in Africa che si avverte que­sta voglia di riscatto sociale. La fame for­ni­sce una spinta impor­tante: la voglia di uscire dalle situa­zioni di dif­fi­coltà, di emer­gere, di risar­cire tutti i sacri­fici che la tua fami­glia ha fatto per te...".

Il rapporto coi giocatori e il caso Bastoni.

"Io so che spesso ho a che fare con degli adulti che a volte pos­sono sem­brare bam­bini. È impor­tante la loro stima, ma non è l’amore che si prova verso un padre. Per­ché i gio­ca­tori sono con­sa­pe­voli che domani potranno andare via e tro­vare un altro “padre”. I figli sono figli per tutta la vita. Io fac­cio capire ai miei cal­cia­tori che per loro farei qual­siasi cosa. Che se hanno biso­gno di me, ci sono. Gli sto vicino. Non sono di que­gli alle­na­tori con­vinti che la pros­si­mità dimi­nui­sca l’auto­rità. L’auto­rità non viene da un ruolo, ma da un modo di essere. Bastoni? Per­ce­pi­sco da alle­na­tore l’impor­tanza di creare un gruppo, creare armo­nia, farsi voler bene, accet­tare anche il fatto che si può sba­gliare. Quella sera ho deciso di fare a modo mio e difen­dere il mio gio­ca­tore fino in fondo. Pro­ba­bil­mente un padre fa que­sto. Io ho cer­cato di con­for­tarlo, sapevo che lui ne poteva uscire distrutto, per la gogna alla quale è stato sot­to­po­sto, nono­stante sia un ragazzo forte che non ha mai mol­lato. In quei giorni ha messo una maschera per farci cre­dere che tutto andava bene. Ma non si poteva lasciarlo solo. E il gruppo ha apprez­zato".

I problemi del calcio italiano.

"Pro­ba­bil­mente siamo rima­sti un po’ indie­tro sia dal punto di vista eco­no­mico che da quello spor­tivo. Gli inglesi si per­met­tono di man­te­nere un livello com­pe­ti­tivo per le spese, gli ingaggi che qui è impen­sa­bile. Quello che va miglio­rato è il lavoro nei set­tori gio­va­nili, noi vogliamo far scen­dere in campo i ragazzi ma, dicia­moci la verità, se si per­dono due par­tite è una cata­strofe, c’è una pres­sione esa­ge­rata. Si vogliono risul­tati subito, non pro­getti di respiro. Il cal­cio diventa un’osses­sione e si perde luci­dità. Tutti com­men­tano tutto e il mondo social esa­spera i toni. Vogliamo le cose veloci, pre­fe­riamo le scor­cia­toie alle vie mae­stre. Biso­gna avere equi­li­brio nelle scon­fitte e, lo dico in primo luogo per me, anche nelle vit­to­rie. Il primo giorno che sono arri­vato all’inter ho detto: “Io non sono per­fetto e nem­meno voi. Ma insieme pos­siamo fare grandi cose”. E così è stato".


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