Chivu: "Ecco cosa dissi ai giocatori il primo giorno. Bastoni? Non si poteva..."
E' stata una giornata di interviste quella di ieri per Cristian Chivu. Oltre a quelle uscite per Dazn e La Gazzetta dello Sport, il tecnico ne ha realizzata un'altra contro il Corriere della Sera, inizialmente incentrata sull'infanzia e gli esordi, poi sull'avventura in nerazzurro.
Infanzia ed esordi.
«Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità. Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto. La morte di mio padre? Avevo sedici anni e mezzo. È stato l’unico obiettivo della mia vita: dimostrargli di saper fare cose belle e giuste, da ragazzo maturo. Purtroppo non ha potuto vedermi crescere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salutarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una partita. Il regalo per mia madre una volta ricco? Una casa. Ho fatto tanti regali a mia mamma, ma non sono sufficienti a risarcirla degli sforzi che lei ha fatto, rimasta da sola, per tirare su me e mia sorella. Mi ha ripagato il suo orgoglio per la mia carriera, per aver studiato e aver mantenuto la promessa fatta a mio padre. Oggi in Europa si trovano difficilmente situazioni come quelle del passato. È in Africa che si avverte questa voglia di riscatto sociale. La fame fornisce una spinta importante: la voglia di uscire dalle situazioni di difficoltà, di emergere, di risarcire tutti i sacrifici che la tua famiglia ha fatto per te...".
Il rapporto coi giocatori e il caso Bastoni.
"Io so che spesso ho a che fare con degli adulti che a volte possono sembrare bambini. È importante la loro stima, ma non è l’amore che si prova verso un padre. Perché i giocatori sono consapevoli che domani potranno andare via e trovare un altro “padre”. I figli sono figli per tutta la vita. Io faccio capire ai miei calciatori che per loro farei qualsiasi cosa. Che se hanno bisogno di me, ci sono. Gli sto vicino. Non sono di quegli allenatori convinti che la prossimità diminuisca l’autorità. L’autorità non viene da un ruolo, ma da un modo di essere. Bastoni? Percepisco da allenatore l’importanza di creare un gruppo, creare armonia, farsi voler bene, accettare anche il fatto che si può sbagliare. Quella sera ho deciso di fare a modo mio e difendere il mio giocatore fino in fondo. Probabilmente un padre fa questo. Io ho cercato di confortarlo, sapevo che lui ne poteva uscire distrutto, per la gogna alla quale è stato sottoposto, nonostante sia un ragazzo forte che non ha mai mollato. In quei giorni ha messo una maschera per farci credere che tutto andava bene. Ma non si poteva lasciarlo solo. E il gruppo ha apprezzato".
I problemi del calcio italiano.
"Probabilmente siamo rimasti un po’ indietro sia dal punto di vista economico che da quello sportivo. Gli inglesi si permettono di mantenere un livello competitivo per le spese, gli ingaggi che qui è impensabile. Quello che va migliorato è il lavoro nei settori giovanili, noi vogliamo far scendere in campo i ragazzi ma, diciamoci la verità, se si perdono due partite è una catastrofe, c’è una pressione esagerata. Si vogliono risultati subito, non progetti di respiro. Il calcio diventa un’ossessione e si perde lucidità. Tutti commentano tutto e il mondo social esaspera i toni. Vogliamo le cose veloci, preferiamo le scorciatoie alle vie maestre. Bisogna avere equilibrio nelle sconfitte e, lo dico in primo luogo per me, anche nelle vittorie. Il primo giorno che sono arrivato all’inter ho detto: “Io non sono perfetto e nemmeno voi. Ma insieme possiamo fare grandi cose”. E così è stato".