L'importanza della Coppa Italia e dei "tituli"

di Giulia Bassi
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L'Inter riparte dal Benevento. Il primo impegno del 2019 sono gli ottavi di Coppa Italia, quella competizione che Spalletti deve mettere tra gli obiettivi stagionali dichiarati, assieme a terzo posto ed Europa League, e che, lo scorso anno, vide poco più di una comparsata trascurabile da parte dei nerazzurri, eliminati dopo non essere riusciti a segnare nemmeno un gol in 240 minuti tra Pordenone (poi battuto ai rigori) e Milan (qualificato con un gol di Cutrone ai supplementari).

Proprio la Coppa Italia rappresenta l'ultimo trofeo alzato dall'Inter dal 2011 a oggi e proprio la Coppa Italia deve essere la dimostrazione della voglia del club di essere competitivo e concreto. Tornando, appunto, a sollevare un trofeo. Coppa da non sottovalutare ma da affrontare con la grinta e concentrazione di chi non ha ancora dimostrato quasi nulla e che, anzi, in ogni partita è chiamato a dare conferme, a far vedere una crescita sul campo equivalente a quella nella testa .

Partendo da Radja Nainggolan, probabile titolare dopo i guai di fine anno e il breve ritorno sulle scene a Empoli: colui, forse, che più di ogni altro deve vedere il 2019 come un nuovo inizio (anche se dirlo a proposito di un 30enne suona abbastanza male e non può celare il frastuono di un mezzo fallimento, fino a qui) per dare un calcio ai tormenti e dimostrare di essere, perché lo può essere, quel valore aggiunto per l'Inter.

Se si vuole essere ambiziosi bisogna prima essere umili e affamati. Vincere aiuta a vincere e la mentalità vincente la si acquisisce piano piano, partendo, magari, proprio da una Coppa Italia. Così fece, ad esempio, la prima Inter di Mancini nel 2005. Avere tante partite alle spalle, bei numeri, gol importanti, esperienza anche internazionale è un conto. Iniziare a riempire la bacheca un altro. E questo vale per la quasi maggioranza dei giocatori dell'Inter, partendo da Nainggolan, uno dei tanti ma il più significativo tra coloro che nel curriculum piazzano un malinconico zero nella casella dei "tituli", e ad eccezione del solo Asamoah, quello che di titoli ne vanta di più.

Lo scorso anno, in campionato, il Benevento ha rappresentato una grande svolta per l’Inter di Spalletti: alla fine di febbraio 2018, infatti, i nerazzurri pur giocando una partita impacciata e spaventata, non senza i primi fischi di San Siro, furono tirati fuori dalle sabbie mobili dai colpi di testa di Skriniar e Ranocchia tornando a correre e a risalire la classifiche dopo che nelle ultime 10 partite avevano racimolato gli stessi punti dei campani ultimi in classifica. Era stata, quella, la vittoria del carattere e dell’orgoglio, capaci di andare oltre le difficoltà e lentezze della manovra che ancora oggi, a volte, appaiono come un deja vu.

Da allora l’Inter ha molte più certezze, questo è vero. Più soluzioni e anche più gioco pur avendo mantenuto certe ataviche tendenze a farsi del male dentro e fuori dal campo. Quella che sta per iniziare è una seconda parte di stagione quanto mai decisiva per Spalletti ma anche per molti giocatori: il tempo dei proclami è finito. E’ arrivato, invece, il tempo delle cose concrete, delle competizioni portate fino in fondo, degli avversari mai sottovalutati. Peccato che questo tempo arrivi in un momento delicato in cui il Paese si illude di poter chiudere l’ignoranza, il razzismo e la discriminazione di alcuni (problema sociale reale e gravissimo) fuori da uno stadio. Magari fosse così facile. Ne saremmo orgogliosi e felici. L’Inter giocherà la prima partita dell’anno a porte chiuse e i problemi che ci ritroviamo e ci ritroveremo ad affrontare saranno più grandi di prima perché riguardano una mancanza di cultura sportiva e civile che travalica i tornelli di San Siro e di qualunque altro stadio.


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