L'insostenibile leggerezza dell'essere (capitano)

di Giulia Bassi
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"Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa dall'altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza". Lo scrive Milan Kundera nel suo "L'insostenibile leggerezza dell'essere", romanzo dove tutto è variazione ed esplorazione incessante del possibile, dove i personaggi si evolvono seguendo i fili del caso e della storia. L'amore tra Icardi e l'Inter, e tra l'Inter e Icardi, è sempre stato complicato, tormentato, mai banale, sempre in discussione. Una continua tensione tra gol, vittorie, sconfitte, lacrime, dichiarazioni di fedeltà, richieste di sentirsi sempre importante, rivelazioni irritanti e allusioni scomode. Forse proprio per questo, in questi ultimi anni, Icardi è stato un capitano simbolico perché è stato esattamente come l'Inter: tutto e il contrario di tutto. Appunto come l'Inter: capace di essere ottima o pessima, di far innamorare o disperare i suoi tifosi, di essere vincente come nessuno e perdente come pochi, di esaltarsi e farsi del male, di risorgere e poi di autodistruggersi. Altro che un romanzo.

L'Icardi giocatore è un talento difficilissimo da rimpiazzare, l'Icardi capitano è stata un concessione fatta, su precisa richiesta, nel 2015 a un 22enne desideroso, ma di un desiderio irreprimibile, di avere quella fascia al braccio. Come fosse uno status symbol. Come fosse parte della sua forza. Levandola a un ragazzo, Ranocchia, che aveva finito per pagare una stagione orribile, qualche erroraccio di troppo, una fragilità tecnica e psicologica, i tanti insulti rovesciatigli addosso e, più semplicemente, finendo per pagare il passaggio finale e definitivo dall'Inter che ancora vinceva qualcosa a quella che non lo ha saputo fare più. Finendo poi per accorgersi che quel ragazzo, una volta persa la fascia, ha abbassato la testa con umiltà, non ha mai urlato alla lesa maestà e mai nemmeno mostrato velatamente un fastidio più che comprensibile.

Si è tenuto addosso gli insulti e le ironie più becere, si è tenuto addosso, senza lavarla via, l'onta di essere stato il capitano perdente di un'Inter che non era più capace di ritrovare la strada. E facendo di queste cose, paradossalmente, il suo status symbol e la sua forza. E finendo poi per capire che quel ragazzo a distanza di anni rappresenta tutto quello che un tifoso vorrebbe dai suoi giocatori: sacrificio, disponibilità, comprensione verso una maglia che ha regalato più dolore che emozione ma in fondo poco importa, perché anche una sola di quelle emozioni vale più di cento di quegli altri dolori.

Oggi Ranocchia è l'unico in rosa ad aver vinto un trofeo con l'Inter (in generale uno dei pochi ad aver vinto qualcosa seppur si tratti di una Coppa Italia), è un ex capitano sbattuto nell'angolo anni fa e ultimamente reclamato come uno degli ultimi reduci. Uno che se Spalletti lo chiama e gli dice "vai a fare l'attaccante" anziché chiamargli uno psichiatra lo fa con voglia, cattiveria, istinto, rabbia, disponibilità quasi commovente. E amore. Uno che si è sempre presentato davanti ai microfoni anche nei momenti peggiori mettendoci la faccia e provando a difendere il gruppo. Uno che si pensava potesse avere una carriera fatta di molte più presenze e molte più vittorie: insomma uno che si pensava dovesse e potesse essere più forte ma che ha pagato la mancanza di cattiveria mentale, di autostima, o più semplicemente l'essere finito in una squadra che iniziava un ciclo perdente anziché uno vincente. E che anche per questo è stato, a sua volta, il simbolo dell'Inter.

"Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo". La fascia di capitano può essere un fardello. Ma non è vero che levata quella poi ci si debba sentire in diritto di scatenare il caos. Basta dimostrare il proprio valore, la propria imprescindibilità, la voglia di riconquistare tutto e tutti, di riprendersi ciò che ci si guadagna sul campo e con i fatti, non con una precisa richiesta avvallata da Thohir (per motivi economici) e digerita a fatica da Mancini. Icardi potrà anche avere mille e più validi motivi (che non conosciamo o conosciamo solo in parte) per essere arrabbiato, deluso o chissà cosa, ma una volta che si è trovato senza quella benedetta fascia, l'Inter l'ha abbandonata. Di fatto. E in amore contano i fatti. O, volendo essere meno romantici, nel calcio conta la professionalità. Altra illustre assente.

"La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste". Tante volte Icardi si è caricato l'Inter sulle spalle e chi non lo riconosce o lo dimentica è in malafede o accecato da personale astio. Di questa squadra è il top player (assieme a Skriniar) ma nel calcio, come nella vita, come in amore, purtroppo o per fortuna, essere i più bravi o i prediletti a volte non basta. Serve sempre la determinazione più di tutto, serve volerle fortemente le cose. Ciò che ha fatto Marotta (a differenza di quanto fatto da Ausilio o Zanetti negli anni passati che gli hanno sempre perdonato tutto perché sì, Icardi e Wanda sono sempre stati così ma la differenza è che adesso chi decide in società non è disposto a fare sconti o a ripetere le cose due volte) era inevitabile (e, se tutto andrà come previsto, sarà anche il primo di una lunga serie di terremoti).

Se metti in imbarazzo il club che vuoi rappresentare, se non difendi i compagni, se non ascolti quello che ti viene richiesto dall'amministratore delegato, se litighi coi tifosi, ti fai scrivere una biografia in cui li attacchi, non fai nulla per mettere a tacere il gossip e le uniche volte in cui ti esprimi lo fai per metterti dalla parte di chi rappresenta il vero e principale motivo di tensione col club, allora una società può anche decidere di rinunciare a te, per quanto tu forte sia. O per lo meno se ne assume il rischio visto che qualcuno ha detto che degradare Icardi significa creare una rottura, fargli un torto e aprire la via del divorzio.

Che poi non è detto succeda. La dirigenza non ha intenzione di venderlo a tutti i costi ma di proseguire le trattative per il rinnovo. Icardi e consorte faranno bene ad ascoltare cosa offrono Marotta e soci prima di pensare ad acquirenti che al momento fanno solo parte delle ipotesi del fantamercato. Proprio perché la fascia tolta a Icardi rappresenta solo il primo di una lunga serie di scossoni, può darsi che il nuovo assetto, tra società e campo, che l'Inter potrà avere da giugno non contrasti con la permanenza dell'argentino, discusso come capitano ma non come giocatore (anche ammesso e non concesso che lui dimostri di volerla e meritarla una permanenza che a questo punto non dipende solo dalla sua volontà). E che il silenzio che scrive sui social farebbe bene ad attuarlo in campo e nella vita (ma Wanda per stasera ha già dato appuntamento in tv al "suo pubblico" e il silenzio non dovrebbe figurare tra gli invitati).

Abbassare la testa e mostrarsi umili a volte può far crescere e persino aiutare a riconciliare (basti pensare a quanti insultavano Ranocchia e ora lo vedono come vero capitano o come unico degno della maglia nerazzurra). In fondo nel calcio contano gol, vittorie e offerte da fare e da accettare o rifiutare. Colui che ha il potere di determinare tutti questi elementi corrisponde al nome di Mauro Icardi. Per ora si è limitato ad abbandonare la squadra in Europa e in campionato, a pubblicare foto in bianco e nero e a barricarsi dietro un provvidenziale fastidio al ginocchio.

Per questo se le decisioni di Marotta arrivano in un momento delicato della stagione (per cui qualcuno lecitamente può sostenere che fosse meglio attendere la fine del campionato) è anche vero che proprio in questo modo si arriva a capire con chi varrà la pena ripartire e con chi no, chi resta a bordo e rema anche in mezzo alla tempesta e chi resta sul molo con la faccia indispettita. Perché la rivoluzione marottiana è solo all'inizio. Male male che vada porterà l'Inter a non vincere nulla. Niente di più grave di quanto non sia successo dal 2011 a oggi. Poco meglio che vada porterà club, società e squadra ad avere una mentalità nuova, regole e assetti definiti. Con gli uomini giusti finalmente nei posti giusti.


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