Siamo all'ultimo stadio

di Christian Liotta
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Finalmente, è arrivata una settimana di pausa dove, mentre i giocatori si rilassano e si fanno vedere attraverso soprattutto i social nelle pose più svariate, i tifosi non hanno avuto modo di annoiarsi come magari avviene mentre il campionato è fermo. Guardando a quanto sta avvenendo in casa Inter, chi si aspettava una sostanziale bonaccia soprattutto sul fronte del mercato è rimasto deluso o sorpreso, questo a seconda dei punti di vista. Ma non sono mancati altri colpi di scena su altri fronti, soprattutto su uno che ormai sta diventando particolarmente caldo.

In tanti avevano prospettato per l’Inter una sessione di gennaio particolarmente accidentata e tortuosa, con trattative rese praticamente impossibili dalle forzate condizioni poste dalla proprietà di Suning, ancora scottata dagli esiti infausti della prima campagna acquisti condotta da quando ha preso il timone del club nerazzurro, quella dei milioni pesanti gettati letteralmente dalla finestra per l’acquisto di due giocatori come Joao Mario e Gabriel Barbosa, arrivati tra fanfare di ogni tipo e credenziali di alto livello, e per i quali, dopo un anno e mezzo tra pochissime luci e troppe ombre, ora si cerca disperatamente una soluzione che non causi ulteriori danni al conto economico di Corso Vittorio Emanuele, talmente inficiato al punto da costringere gli uomini mercato nerazzurri a doversi barcamenare nei meandri tortuosi del ‘mercato creativo’, quello dei prestiti necessariamente senza diritto di riscatto e della caccia col lanternino al giocatore che soddisfa le critiche esigenze nerazzurre.

Eppure, Walter Sabatini e Piero Ausilio, i Bruce Springsteen e Bono Vox del mercato interista secondo definizione più o meno ardita del tecnico Luciano Spalletti, a dispetto del contesto difficile stanno cominciando, e in tempi insospettabilmente brevi, a mettere su qualche accordo per produrre non tanto pezzoni da hit parade, ma buoni spartiti di rinforzo per l’album della stagione 2017-2018, che poi alla fine è quanto si chiedeva visto che a gennaio i colpi alla Philippe Coutinho (peraltro già ampiamente annunciato in estate) sono merce rarissima specie per un mercato non ricchissimo come quello italiano. 

Non è male, per dire, essere riusciti a strappare in tempi assai brevi il sì del Benfica per il prestito di Lisandro Lopez, innesto utile a rimpolpare il reparto dei difensori centrali, quello che piange più miseria di uomini, nonostante negli ultimi tempi abbia giocato molto poco ma più per questioni tecniche che altro. Lontano dai campi da diversi mesi, ma a causa di un grave guaio fisico, è Rafael Alcantara in arte Rafinha, per il quale il Barcellona sta tirando ancora la corda sui dettagli: un giocatore che nei momenti di grande forma si è fatto apprezzare per duttilità, senso tattico e per un educato piede sinistro. Nove mesi lontano dai campi sono effettivamente tanti, e i tempi di inserimento dannatamente brevi;  ma l’Inter ha comunque avuto rassicurazioni sul fronte fisico e allora ci si appella al buon senso dei catalani ai quali può far comodo offrire al giocatore l’opportunità di testarsi sul lungo periodo lì dove può avere potenzialmente più spazio, sulla falsariga di quanto fatto dalla Juve col prestito di Marko Pjaca allo Schalke 04 (anche se qui non si parla di un canterano ma di un giocatore costato più di 20 milioni e visto sin qui più in infermeria che sul campo…). E poi, c’è Ramires; per il quale sembrano essere venute meno anche le ultime storie sulle difficoltà (del resto va capito che la defezione del brasiliano alla squadra di Fabio Capello, con tutto il rispetto, ha un peso specifico diverso rispetto a quella del simpatico australiano Trent Sainsbury) del passaggio dallo Jiangsu Suning all’Inter e per il quale, se tutto andrà nel verso giusto, si capirà quanta voglia ha ancora di imporsi in Europa e quali insegnamenti (?) gli ha lasciato l’esperienza nel campionato cinese.

Caldo, quindi, più caldo di quanto si prospettasse, il mercato in entrata dell’Inter. In attesa di affrontare quello in uscita della prossima estate, che qualcuno già preannuncia rovente. L’oggetto della questione, manco a dirlo, è Mauro Icardi: che ne sarà di Maurito? Terrà ancora fede alla sua professione di interismo o cederà alle sirene tentatrici che dalla Spagna cantano maliarde? Riuscirà a reggere il muro della clausola da 110 milioni, che ora più che mai vengono dipinti come una cifra irrisoria? Certo, non c’è nulla come il mondo del calcio dove l’atmosfera possa variare repentinamente da un giorno all’altro: magari davvero lo scenario apocalittico dell’ennesima mancata qualificazione alla Champions League potrebbe spingere Maurito a pensare a prendersi il massimo palcoscenico europeo lontano da Milano, facendo magari leva su un buon Mondiale; e in un mercato dove spadroneggiano club dai fatturati quasi miliardari, adesso come adesso 110 milioni vengono spesi come niente, e se ne è avuta anche recentissima testimonianza (anche se, al di là di rimpianti e piagnistei, i 160 milioni spesi dal Barça per Coutinho suonano più come figli di questa continua inflazione di cui è preda il mercato). 

È difficile pensare, però, che in casa Inter siano nati ieri e che in Corso Vittorio Emanuele non stiano effettivamente pensando alle contromisure per blindare il proprio giocatore più forte: la logica impone che una volta calmatesi le acque del mercato ci si siederà comodamente ad un tavolo per vedere di contrastare eventuali assalti, puntando innanzitutto ad alzare o addirittura eliminare la clausola, e vedendo come ci sia un orientamento a restringere le finestre di mercato dalla prossima stagione tentare anche di avere maggiore libertà nel trovare l’eventuale sostituto. Pensando anche che, come forse è vero che l’Inter, a detta di molti, un sostituto di Icardi può trovarlo facilmente, è altrettanto vero che il mare è pieno di pesci e anche per gli altri può valere il medesimo discorso: i tifosi del Real Madrid, giusto per citare la squadra più accreditata, non sembrano oltretutto scaldarsi di fronte al nome di Icardi, preferendo magari uno alla Harry Kane che dalla sua ha anche maggior visibilità internazionale. Il resto è tutto nelle mani di Mauro, che per ora si gode le ultime ore di vacanza; sta a lui cancellare anche i capricci che segnarono quella famigerata estate del 2016 e soprattutto trascinare sul campo i suoi alla conquista del fatidico traguardo che tutto può e tutto sana.

Insomma, quella intorno a Mauro Icardi non sembra proprio essere una situazione, per così dire, da ‘ultimo stadio’. Dove invece si è arrivati davvero alla resa dei conti è proprio… sullo stadio. Gli ultimi giorni, infatti, sono stati contraddistinti dai colpi di scena su San Siro, con Inter e Milan che hanno in pratica sciolto la joint venture M-I Stadio con la quale si occupavano dell’onerosa gestione dell’impianto. Nasce tutto dalle parole del sindaco Beppe Sala che nei giorni scorsi, fiutando forse l’andazzo, ha invitato soprattutto i rossoneri a chiarire le proprie intenzioni circa gli investimenti da fare sull’ammodernamento e l’idea di dotarsi di un impianto proprio nell’area sud-est della città. Ne è nato un botta e risposta tra club e primo cittadino specie via Twitter, con l’Inter che ha chiarito di avere un piano pronto da un anno e mezzo e il Milan che ribadisce la volontà di non abbandonare lo stadio Meazza, fino all’atto finale. La situazione ora è di grande confusione: i due club attendono di sedersi a inizio febbraio al tavolo col Comune per ridefinire tutti gli accordi, magari scongiurando l’ipotesi dell’arrivo di un ente terzo col quale dover fare i conti.

Rimane comunque una faccenda scomoda, specie per l’Inter che a San Siro tiene particolarmente. La famiglia Zhang lo ha visto subito come un asset fondamentale, al punto che rimane scolpita la battuta del numero uno Jindong Zhang che nel giorno della sua prima visita ha chiesto spavaldamente proprio a Sala quanto verrebbe a costare tutto l’ambaradan. Il sogno nemmeno troppo proibito è quello di averlo tutto per sé, farne il ‘theatre of dreams’ nerazzurro; ma adesso quello che occorre è chiedere chiarezza nel definire ruoli e responsabilità, per risolvere una grana della quale chiunque avrebbe fatto volentieri a meno. 
 


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