Protagonista assieme ad altre personalità del mondo dello sport al "Calcio che amiamo" organizzato in Vaticano dalla Gazzetta dello Sport, Javier Zanetti, vice presidente dell'Inter, parla così ai microfoni della rosea, mandando un messaggio ai giovani giocatori: "Direi di non smettere mai di inseguire i loro sogni. Poi insisterei sulla voglia di sacrificarsi, perché altrimenti non si ottiene niente. Infine ricorderei di avere sempre il rispetto per l’altro". 

Qual è il calcio che ama Javier Zanetti?
"Quello che trasmette i veri valori dello sport. Un calcio pulito, dove i ragazzi possano trovare il modo di divertirsi".

Di questo calcio lei è stato un protagonista di primo piano. Una faccia pulita, un giocatore sempre ammirato.
"Ci tenevo tantissimo a fare una carriera così, avere il rispetto di tanti che fanno parte di questo mondo. Quando giocavo ma anche quando ho smesso ho sempre percepito questo sentimento nei miei confronti e mi ha fatto piacere. Però è una grande responsabilità: i nostri comportamenti funzionano da esempio e dobbiamo stare attenti a quello che facciamo e diciamo".

Il calcio che cosa le ha dato?
"Tantissimo, sin da quando ero bambino e sognavo di diventare un calciatore. Sono arrivato in Italia molto giovane, il calcio mi ha fatto crescere in campo e come persona. Adesso come dirigente è importante cercare di trasmettere i miei valori e quelli dell’Inter, soprattutto in una realtà come la nostra con una proprietà straniera che deve capire qual è il Dna nerazzurro. Tanti pensavano che potessi fare l’allenatore o dedicarmi solo alla parte sportiva, ma invece ho voluto intraprendere un altro percorso. Lavoro molto nel “corporate”, cerco di aiutare l’Inter per aumentare i ricavi e dare gli strumenti all’area sportiva per creare una squadra ogni anno sempre più competitiva".

A proposito di Inter, quest’anno c’è stato il caso Koulibaly e la risposta del club è stata la campagna BUU. 
"Il nostro messaggio contro il razzismo è stato forte, ma c’è ancora tanta strada da fare. Dobbiamo migliorare noi come società anche se abbiamo fatto capire tante cose. L’Inter non è razzista, è integrazione. Io sono straniero ma mi sento italiano, l’Inter mi ha aperto le porte e nella sua storia ha fatto lo stesso con tantissimi altri stranieri".
 

L’Inter fa tanto anche per i ragazzi con Inter Campus.
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Un progetto bellissimo riconosciuto dall’Onu, nato nel 1997 e che oggi raggiunge 29 Paesi. Diamo il diritto al gioco ai bambini, ne andiamo fieri. Da due anni abbiamo creato per lavorare nel territorio “Inter in the Community”, un progetto sociale nel quale sono coinvolti tutti, giocatori, sponsor, dipendenti, dirigenti. È il Dna Inter e non dobbiamo perderlo. Questo è quello che mi piace: poteva bastarmi andare alla Pinetina e vedere gli allenamenti, ma ho voluto avere una visione che va oltre. Io credo che possiamo fare tanto fuori dal campo". 

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Sezione: Copertina / Data: Ven 24 maggio 2019 alle 12:50 / Fonte: Gazzetta dello Sport
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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