'Sospensione dell'incredulità'. L'espressione coniata nel 1817 dal poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, per definire l'atteggiamento assunto dallo spettatore di fronte alle incongruenze che può avere un'opera di fantasia, torna buona in questo periodo in cui è difficile scindere la realtà dallo scenario distopico costruito dal destino.

Nella vita del 2020, ai tempi del Coronavirus, non serve aprire un libro per trovarsi in un mondo post-apocalittico senza persone per strada e sport in televisione. Basta aprire gli occhi e il presente si cristallizza in un momento così vero e tragico che viene da chiedersi se si è testimoni o protagonisti della storia che guardiamo da dentro le mura domestiche. Dietro una trincea che ci mette al riparo da un nemico invisibile ma udibile, che si trasforma nel suono delle sirene delle ambulanze o nelle parole dei tg che annunciano i numeri di un bollettino di guerra, la vita è in standby fino a data da destinarsi, in uno stato di straniamento che non ha data di scadenza. Non è un film dell'orrore che si può fermare con il tasto 'stop' del telecomando per tornare a vivere nel mondo, ma un'esperienza tremendamente veritiera in cui si rimane paralizzati dentro la propria paura.

Tutto il pianeta o quasi versa in questa condizione, calcio compreso, ovvero la più potente macchina dei sogni che da qualche settimana a questa parte ha smesso di essere motivo di svago. L'effetto 'arma di distrazione di massa' è svanito quando è diventata chiara un'evidenza che nel tempo si era ammantata di sovrastrutture: il calcio rimane un gioco, la cosa più importante tra quelle meno importanti della nostra esistenza. L'enorme giro di soldi e il trasloco sul piccolo schermo hanno trasformato il football in un business così gigante che qualche dirigente ai vertici della piramide decisionale ha dimenticato che poggia dall'anno zero su persone in carne e ossa: i calciatori e i tifosi, due condizioni senza le quali il carrozzone non va avanti da sé. Lo si era capito in maniera plastica in un Parma-Spal qualsiasi, quando - in una partita di interesse relativo - i 22 giocatori hanno dato vita a uno sciopero rifiutandosi di scendere in campo per un'ora e un quarto su assist dell'Aic, spalleggiato dal ministro dello sport Vincenzo Spadadora. Lo squarcio più evidente degli ultimi tempi nel sistema calcio italiano tra chi comanda ed esegue che ha aperto una due giorni surreale proseguita con il derby d'Italia più strano della storia e il Monday Night Sassuolo-Brescia che è entrato di diritto nella storia non per i 90' in sé ma perché, a oggi, rimane l'ultima partita della Serie A 2019-2020. Un discorso chiuso che nessuno sa quando verrà riaperto, nemmeno gli Stati Generali del calcio europeo che martedì scorso si sono dati appuntamento in videoconferenza per ridare un senso a una stagione che altrimenti bisognerebbe mandare in archivio con un gigantesco asterisco.

Succede raramente, ma di fronte a una pandemia bisogna tenere aperte tutte le opzioni, anche quella che contempla l'impossibilità di proclamare vincitori e vinti dopo una battaglia sul campo. Il proponimento di tutte le parti - Uefa, European Club Association, European Leagues e FIFPRO Europe – è decisamente votato all'ottimismo, visto che l'intenzione è mettere la parola fine sull'annata sportiva non oltre il 30 giugno, termine ultimo dopo il quale si accede a una dimensione diversa. Sconfinare quella data significherebbe dover rivedere non solo i format tradizionali (Coppe nei week-end) ma anche studiare una moratoria relativamente ai contratti dei giocatori, ai diritti tv, ai bilanci delle società (come ci si pone di fronte al FFP?) e alle licenze degli stadi. Una decisione che farebbe figli e figliastri in tutta Europa, una partita di Risiko in cui Aleksander Ceferin non esclude di cambiare in corsa le regole del gioco. "Le Parti sono convinte che questo piano di emergenza sia la migliore linea di azione in questo momento. Prende in considerazione il parere degli esperti sanitari internazionali, nonché gli ordini restrittivi emessi dai governi nazionali e dalle autorità locali. Permette anche flessibilità, come giustificano gli eventi, con la speranza di riprendere il gioco di fronte agli appassionati di calcio in tutto il territorio europeo non appena sia appropriato e prudente, in modo che la stagione sportiva in corso possa essere completata", le parole che compaiono nel testo della risoluzione firmata dai vertici del calcio continentale per rispondere alle sfide create dalla pandemia di COVID-19.

Una domanda su tutte, però, rimane irrisolta: chi stabilirà quando sarà 'appropriato e prudente' fare rotolare di nuovo il pallone su di un campo di calcio? Le tempistiche variabili con cui le Leghe nazionali e la Uefa hanno detto stop ai tornei, adeguandosi alle disposizioni dall'alto, fanno pensare a tutto tranne che a uno spirito collaborativo. E, in fondo, sin da subito è apparsa chiara una cosa: nessun attore seduto attorno alla tavola rotonda ha rinunciato neanche a un pezzetto del proprio orticello, eccetto la Uefa che si è vista costretta a spostare le lancette dell'orologio avanti di un anno per programmare l'Europeo itinerante. Ma questi sono i rischi che si corrono quando l'ente regolatore è anche quello organizzatore di un evento. “In tutto ciò che facciamo, il calcio deve essere sempre il primo e il più importante elemento che prendiamo in considerazione. Il calcio è un gioco prima di essere un prodotto, uno sport prima di essere un mercato, uno spettacolo prima di essere un business", recita il primo degli undici comandamenti scritti nel 2009 sulle tavole della legge dell'Uefa per dialogare con il mondo politico, economico, sociale e sportivo.

Il 'football first', concetto di cui Michel Platini illustrava il significato ormai undici anni fa, ora scala inevitabilmente al secondo posto per "proteggere la salute, la sicurezza e il benessere di giocatori, club, tifosi, funzionari, personale e la più ampia comunità calcistica". Ecco perché il calcio rimane chiuso in casa per un po', solo molto dopo verrà il tempo di ripensare a un ecosistema nuovo in cui equilibrare le competizioni nazionali e internazionali, il valore di club e Selezioni. Quando giocare a sudoku con i calendari sarà un'attività che rientra nella norma, non il tentativo irresponsabile dei potenti del calcio di non far fallire un'industria che ha il dovere di ripensarsi. E, allora, a che ora è la fine del calcio 2019-2020? Nessuno lo sa, ma in tanti si stanno convincendo che dopo quell'evento comincerà una nuova era. 

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Sezione: Editoriale / Data: Gio 19 marzo 2020 alle 00:00
Autore: Mattia Zangari / Twitter: @mattia_zangari
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