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Gli italiani adesso sono scarsi. Gli altri fanno affari, l'Inter spende male

di Simone Togna
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Partiamo dal presupposto che è giusto che ognuno possa esprimere liberamente la propria opinione. Quando non si offende il prossimo, e si espongono le proprie tesi con educazione e raziocinio, tutto (o quasi) è concesso. Io non posso essere portatore della verità assoluta. Stesso discorso per te che leggi e mi dai ragione, o per il tuo amico che invece crede di essere un incrocio tra Platone e Superman. Pure i tuttologi sbagliano. E talvolta sono solo pseudo saccenti che in realtà non hanno poi una preparazione così mirata. Dicesi bandieruole. Il mondo ne è pieno. Colorano le sfaccettature di giornate altrimenti grigie e propongono interpretazioni talvolta al limite con le leggi fisiche. Il punto dell’editoriale comunque non è questo. Qui si parla e scrive di calcio. Perciò perdonate la divagazione che però dovrete comunque tenere a mente e torniamo nei binari più appropriati.

Sino a poco tempo fa si diceva che l’Inter fosse una squadra senza una spina dorsale italiana. E che la mancanza di atleti nati nel Bel Paese fosse determinante nel non cementare del tutto il gruppo. Mentre oggi altresì quegli stessi calciatori, magari pure cercati da altre società, dopo aver firmato con la Beneamata, e aumentato in modo considerevole il numero di tesserati nati nella Penisola che saranno a disposizione di Antonio Conte, sono stati strapagati in questo scorcio di calciomercato. E militano in una delle Nazionali più scarse di sempre. Senza magari essere manco titolari inamovibili. Perché questo repentino mutamento di idee? È vero che solo gli stupidi non cambiano opinione. Ma se fino a ieri sostenevi A, e oggi dici Z, beh c’è qualcosa che non quadra. Attenzione, che nessuno mi fraintenda. Per me le rose delle grandi squadre possono essere composte da giocatori di tutte le nazionalità. Anzi, oltre a essere forse più bello e umano e un ulteriore esempio di come ci si possa aprire al mondo, quello che conta è lingua del calcio. È sul verde che si deve andare d’accordo, poi fuori l’amicizia conta eccome. Ma se sei forte, vinci trofei. Se sei scarso, fai figure da cioccolataio. Vedi l’Inter del Triplete che ha passeggiato sugli avversari con un mister portoghese, tanti sudamericani, un macedone, un olandese e un camerunense dietro la prima punta argentina di nascita e italiana di adozione. Contano i piedi, il venirsi incontro, il sapersi adattare, la voglia di sacrificarsi per gli altri. Soffermarsi solo sulla nazionalità è limitato e limitante. In ogni caso questo è un mio pensiero, giusto o sbagliato che sia.

Quello che torno a contestare è il cambiare versione a seconda del vento che tira. Così facendo si perde di credibilità e non si assumono le proprie responsabilità. Cambiare opinione su questo o quel giocatore va benissimo, nessuno è infallibile. Ma farlo in base a giudizi precostituiti e a preconcetti definiti dalla meta finale, non va bene. Se oggi si pensa che Y sia un top player, allora sarà così anche domani, sia che firmi per l’Inter, sia che finisca a team rivali o all’estero. Non è che se dice sì ai nerazzurri diventa improvvisamente una pippa, ecco. Come quando si fanno le valutazioni sui cartellini dei giocatori. Si può sì sostenere che sia tanto o poco pagare un tot per questo o quel professionista. Ma non esiste che se il giocatore X firma per 10 milioni per l’Inter, allora si tratta di un esborso economico ingente, o se quello stesso calciatore, sì proprio lui, non suo fratello, poi viene messo sotto contratto da altre compagini per la stessa cifra, è un affare. Con i titoloni: “Inter, beffata”. Eh no. Non serve essere professori di etica per capire che questo sia un comportamento non idoneo ai concetti di sincerità e onestà intellettuale. Per fortuna ognuno di noi ha una testa. Usiamola. Così possiamo sorridere e sapere che senza ombra di dubbio, quel tuttologo tanto borioso che prima parteggia per una versione, e poi vira dalla parte opposta, in fin dei conti, è solo una bandieruola.

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